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IL corpo sovversivo o corpo vuoto

Scritto da Simonetta Silvestri Raggi

pubblicato sul sito Psicanalisi Critica http://www.psicanalisicritica.it/index.php/casecliniche/207-il-corpo-sovversivo-o-corpo-vuoto

Partire stanchi non è un buon inizio, un buon indizio per un viaggio, per una messa in moto, ma è il solo avvio possibile quando la saturazione del medesimo ha prodotto ovunque effetti di esaurimento. Quando succede, come aveva visto il poeta, che subito è la sera. Non tra qualche ora, tra poco, appena oltre la soglia del tardo pomeriggio, si è stanchi da subito, compressi tra il prima e il dopo in un crepuscolo autopoietico.

C'è un corpo afflitto e come fosse il non-nato, drammaticamente, si annienta.

Il corpo del soggetto collettivo, a immaginarlo, sembra mancante di nascita, un corpo senz'alba che boccheggia nel liquido amniotico della contemporaneità.

Non sappiamo se serva ancora interrogare il mito, né a proposito di ciò che fa storia e scienza tra gli umani se vi sia qualcosa che aderisca sino in fondo al significato di realtà oggettiva da cui partire. Cos'è che serve? Come riconfigurare le proprie domande rispetto agli effetti della voracità dei discorsi dominanti e all'insufficienza delle ricette trovate ? Che ne è del corpo individuale?

Viene in mente l'impensato, un pensiero che possa emergere da un substrato dal quale sembra egli stesso essere assente.

Conviene allora deporre gli strumenti: competenze, specializzazioni e ornamenti, giacché è proprio lo statuto di fabbricanti, come dice Arendt, a rendere l'dea di sovranità che padroneggia. Lasciare perciò che i saperi possano scorrere senza sponda, senza un vero indirizzo, rinunciando alle indicazioni marmoree in favore della tenuità plastica del mormorio. Tentare l'apertura di una dimensione imprecisata per comunicare attraverso le modificazioni, le trasformazioni irregolari, quasi a spostare il limite in cui il pensiero appare sempre in quanto bordo a favore di una oscillazione poetica che tenti l'incrinatura nella membrana.

Così decido il mio quinto viaggio in Cina. Con questi pensieri.

Vado a cercare ancora tra ideogrammi e assenza di essere, l'opportunità di una domanda nuova. Mi dedico sino in fondo questa vacanza. Non c'è il verbo essere in senso assoluto in Cina, non si può dire “io sono” “egli è”. Non c'è la dominanza di un oggetto attorno al quale si impone la questione dell'essere. La parola cosa si traduce con est-ovest[1], e non è forse in questo modo, nel perpetuo ciclo di alba e tramonto che le nostre cose possono apparire e mutare e divenire attraverso infinite concatenazioni variabili, qui, su questo pianeta?

Penso a montagna-acqua, che traduce paesaggio, ai trentadue modi di dire la parola amore e ai nomi cinesi per enunciare il corpo.

Il corpo non è tanto un oggetto fisicamente circoscritto, è ciò a cui l’uomo deve pervenire, per realizzarlo allo stesso modo delle sue aspirazioni etiche[2].

Organizziamo di andare nello Shandong per salire sulla vetta del Monte Tai, la montagna taoista per eccellenza, le cui pareti sono immense opere di calligrafia, è la montagna dell'est dedicata al sorgere del sole ma anche all'opaco passaggio al mondo dei morti. La tradizione vuole che si giunga sulla vetta e vi si attenda l'alba. Più di sette chilometri di gradoni, e le scalinate, l'ultimo tratto, sempre sempre più ripide. Non mi piace la fatica, detesto il tracking e le scarpinate. Da tempo nessuno mi invita più alle ciaspolate, ed è qualcosa che apprezzo. Ma farò quella sgobbata, lo so, certe metafore ne valgono la pena, almeno credo.

Pechino. Appunti all'ombra nel parco, mezzogiorno.

Attorno alcuni mangiano altri fanno qi gong, una donna si massaggia la pancia oscillando avanti indietro per quasi un'ora. Mi sorride. Sono esercizi per la buona digestione.

“Come è il vuoto? E' una funzione dialettica? Il senza-nome? Una pratica? C'è qualcosa di cui si possa dire che assomiglia al vuoto? Che cosa lo rende operativo ? ”

Xing行, pratica, convoca subito il movimento e con esso il corpo, in seguito comincio a pensare che dovrei frequentare di più il mio corpo in quanto vuoto. Cosa vorrà dire?

Dopo qualche tempo trascorso alla capitale raggiungiamo in treno Tai'an, pioviggina, si vedono le montagne come in un dipinto.

Il corpo taoista è di per sé un talismano, con la sua controparte nel mondo; “questa tavola talismanica ” del corpo è un diagramma che si “percorre, decifra e si integra simultaneamente”.

E ‘il corpo in atto. La dimensione talismanica della mappa del corpo evidenzia come il mondo esiste mentre l’individuo lo costituisce ; allo stesso modo, possiamo dire che il mondo non esiste fuori gli esistenti, in altre parole, non c’è luogo concettuale in cui considerare “obiettivamente” il mondo[3].

Avevamo organizzato di riposarci un giorno intero e poi salire sino alla vetta della Taishan, il grande monte. Ma succede un fatto. In albergo scivolo sul pavimento bagnato e sbatto violentemente un ginocchio, tanto da vedere le stelle. In pochi minuti si gonfia, è caldo, di colore rosso-viola, dolente, non posso camminare. Per quanto ne avrò? Il monte Tai mi respinge? Sono preoccupata e arrabbiata bloccata in un letto all'hotel Peace. Anche di fianco a casa mia a Modena c'è un hotel che si chiama Pace. Farci caso. Quante storie da raccontare se si fa caso...

V'è un'altra ragione che lambisce la ragion-corrente, è la ragione delle cose, il lì理la venatura interna al blocco di giada che sussurra all'intagliatore cinese la forma che le preesiste. Il carattere cinese inoltre rimanda contemporaneamente al significato di rito e a quello di scarpa, la scarpa che potendo modellarsi al piede, rilascia la sua orma.

Trascorrono tre giorni tra impacchi ripetuti, granuli di arnica montana, e ulteriori riflessioni sul giudizio, sul bisogno, sul desiderio, sulla verità, sul vuoto.

Smussare gli angoli del blocco; ginocchio affine al greco gonia, angolo, mentre il latino genu conduce certamente a genitore.

Non si deve smettere di spingere la parola, la lingua e il discorso contro questo corpo dal contatto incerto, intermittente, che si sottrae continuamente e che tuttavia insiste. Qua o là - possiamo starne certi - ne deriverà un corpo a corpo con la lingua, un corpo a corpo di senso, da cui potrà nascere, qua o là, l’esposizione di un corpo toccato, nominato, escritto fuori del senso. Questo corpo esige una scrittura[4].

Per via del ginocchio decidiamo di prendere un bus che ci porta a metà del percorso, da qui rimangono da scalare “solo” quattro chilometri e mezzo di gradoni. Non piove ed è una vera fortuna, ma il cammino è affollato, rumoroso al punto di disturbare.

Nessuna quiete contemplativa, niente di tutto questo, inoltre devo stare attenta a come poggio il piede aiutandomi col bastone. Vorrei che non ci fosse nessuno lì, vorrei essere sola nel silenzio per bagnarmi in quella bellezza e maestosità e ignoto. Vorrei mancassero l'altro e la moltitudine. Ma qualcosa di comico come una brezza leggera comincia a aleggiare e allora viene da ridere e a più riprese.

Poi, quando si pensava di essere arrivati, eccola lì, la rampa suprema! che sembra irrompere sino al cielo, forandolo e senza indugi.

Ci sentiamo disperati, i cinesi e noi, ci sono anche bambini che piangono, che non ce la fanno più.

Mi trovo a pensare, ma dove siamo? Dove sono, domanda meravigliosa, di quando lo stupore incrina ogni logica e appare il profilo dell'improbabile. Siamo alla Porta del Sud.

L'ultima fatica fa accedere a un piccolo villaggio in pietra, non è ancora la cima definitiva, ma qui ci si ferma per passare la notte.

In tantissimi tra i cinesi si preparano per affrontare la fredde ore notturne all'aperto. Ci sono bancarelle che affittano cappotti militari verdi e pedane di gomma, dopo un po' la piazza del villaggio si è trasformata in un accampamento. Noi possiamo permetterci una costosa stanza, costosa per gli stipendi cinesi, in un piccolo albergo e siamo ancora ignare di quello che ci attenderà.

Prima di addormentarmi sto pensando a zai在, il carattere che gli psicanalisti cinesi hanno scelto per tradurre l'essere parlante di Lacan, che significa trovarsi a, trovarsi là, stare nella via, zai è soprattutto un luogo.

Alle quattro la sveglia. Fuori una nebbia spessa ha fatto scomparire ogni forma, muoviamo incerte i primi passi nell'invisibile, poi vediamo fioche luci e vapori e fumo. Ci sono intere tavolate imbandite per la colazione, cibi fritti e enormi calderoni. Senza che si abbia il tempo di rendersene conto siamo schiacciate tra una folla che cammina, e che camminando comincia a salire, ancora, altre scale.

Qualcuno usa la piccola luce del cellulare per vedere dove si mettono i piedi, ma quasi non ce n'è bisogno, la corrente sa come muoversi. Per un attimo immagino che da qualche parte ci sia un regista e che tutto quello non sia altro che un set cinematografico per un film, tanto è surreale.

Verso le cinque raggiungiamo la meta, lassù forse più di un centinaio di persone stavano già attendendo l'attimo fuggente dell'alba.

I pochi che parlano ora lo fanno appena sottovoce, si è lì in una forma di rispetto, ognuno sa in cuor suo di occupare una posizione onorevole da offrire allo spettacolare scenario della Taishan e al suo sole: bizzarra comunità che siamo, tra le nebbie, lassù in cima, sospesi, comunità che certamente non dimenticherò mai. E tutti quei cappotti verdi.

Quando ci apprestiamo al rientro, basta poco per comprendere che il mio ginocchio che aveva sostenuto la salita, non ce la può fare con discesa. Un dolore acuto si fa sentire minacciosamente e so, oh se lo so, che l'unica alternativa è quella cosa che avevo giurato anni prima e sempre in Cina, di non ripetere mai più, prendere la funivia. Puro terrore, vertigini spiraleggianti, abissi infernali, queste le mie memorie scritte.

Sul trabiccolo col cuore in gola chiudo dapprima gli occhi e mi viene in mente il sogno fatto nelle poche ore dormite. Avevo sognato che dall'ampio terrazzo del villaggio di pietra lanciavo nel vuoto un flauto di bambù. Sapevo che un'altra me stessa stava laggiù attendendo di afferrare lo strumento musicale quando avesse terminato la sua discesa, e sapevo anche che soffiando attraverso il suo vuoto avrei trasmesso il soffio alla mia colonna vertebrale, attraversando i mari dei midolli.

Il corpo vuoto è musicale?

Provo a aprire gli occhi, il vuoto all'improvviso mi sembra un tappeto, forse una coperta azzurra, riesco a respirare. Incredibile...

Che un corpo diventi, per chiunque, il suo corpo – perché altrimenti la parola non ha alcun senso –, suppone la creazione indefinitamente rinnovata del suo proprio spazio, il corpo è il suo spazio in un dato momento; “spazio”, nel senso che non solo i suoi limiti non lo circoscrivono ma lo definiscono provvisoriamente, ma soprattutto spazio nel senso che fonda, dove nasce il suo spessore, il suo movimento, la sua lucentezza e la sua evidenza, la brillantezza del suo aspetto, la giunzione tra il “non-ancora” e il “già lì”; è anche, per esempio, il luogo di enunciazione e di emissione della parola, il luogo dell’attenzione fluttuante (relativo anche tanto all’analista che all’analizzante)…In senso stretto, questo spazio è “vuoto”, dal momento che il vuoto è il luogo dove la circolazione dei soffi è talmente sottile e chiara (jing) da renderli impercettibili o al limite della loro specificazione. Il vuoto è allo stesso modo il non permanente, il non costante[5].

[1] L’esempio è spesso riportato da François Jullien.

[2] Francis Rouam, La testa e il cuore, il fenomeno psicosomatico secondo il pensiero cinese, http://www.latigrebianca.it/index.php/la-testa-e-il-cuore.

[3] Francis Rouam, L’homme véritable du Cinabre-du-Nord, Il corpo in atto, https://www.facebook.com/FalloInCina/posts/521244047930232.

[4] Jean-Luc Nancy, Corpus, Cronopio 1995.

[5] Francis Rouam, L’homme véritable du Cinabre-du-Nord, Il corpo in atto, https://www.facebook.com/FalloInCina/posts/521244047930232.

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